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martedì 3 gennaio 2012

5 - IL CINEMA ITALIANO DEL DOPOGUERRA - Anni Sessanta-Settanta

La fine degli anni Sessanta è testimone delle contraddizioni sempre più stridenti della società, del crescente malessere, della contestazione giovanile che in questo malessere affonda le sue radici. 
Sono gli anni anche di forti tensioni nel mondo del lavoro, alla ricerca di una nuova, più dignitosa dimensione. 
Nella letteratura e nelle arti, come ho già detto, i temi della fabbrica, dell'alienazione, della solitudine, dell'incomunicabilità vengono recepiti in opere altamente significative. 
Nella misura in cui può farlo senza recidere il filo che deve necessariamente unirlo a masse consistenti di spettatori, il cinema accoglie questa problematica, e la rende, anche se in maniera non sempre chiara e ordinata, in film non privi di validità. 
Non manca, anche in questi anni, l'apporto individuale di quei registi che sono ormai considerati, benevolmente o meno, i "mostri sacri" del cinema italiano, pur se qualcosa sembra avvertire che anche per essi il tempo fa valere le sue leggi spietate.

Visconti, comunque, continua a offrire saggi della sua arte (con "La caduta degli dei", ad esempio, e con lo stupendo "Morte a Venezia")..., Fellini firma uno sconvolgente (ma anche molto furbo) "Satyricon" e poi un affresco cinematografico, "Roma"..., De Sica - che sembra aver subito più degli altri l'insidia del tempo - propone con "Il giardino dei Finzi-Contini" un'opera decorosa.

Un po' diverso il ruolo di Michelangelo Antonioni..., questi è infatti l'autore che mostra una maggiore sensibilità ai problemi posti dalla società neocapitalistica e alle lacerazioni da questa provocate nei rapporti umani. I suoi film "L'eclisse", "Deserto rosso"' confermano tanto la sua scelta di ambiente, quanto la sua capacità di osservazione. Osservazione che egli estende, in seguito, agli aspetti più moderni e inquietanti di una città come Londra (col bellissimo "Blow up") e alle tormentate giovani generazioni americane ("Zabriskie point").

Intanto, mentre il cinema commerciale scopre il fortunatissimo filone del "western all'italiana" (che ha in Sergio Leone il più abile e astuto celebratore), la ricerca verso un nuovo linguaggio e nuove forme di espressione cinematografica compie qualche sensibile progresso, con le sperimentazioni di avanguardia. 
In questo senso, un contributo di grande qualità lo reca Pier Paolo Pasolini, con i film "Accattone", "Il Vangelo secondo Matteo", "Porcile", "Uccellacci e uccellini", ma apporti stimolanti vengono anche da registi come Ferreri, Bertolucci, Tinto Brass, Sanperi, Bellocchio, Scola, per non citarne che alcuni.
Naturalmente, il cinema di oggi si giova ancora dell'opera dei vari registi che ho ricordato in precedenza e di molti altri che solo ragioni di brevità mi impediscono di menzionare.
Tuttavia, se dovessi indicare l'aspetto più interessante della produzione cinematografica della fine del secolo scorso, direi che, a mi avviso, esso è costituito dal vigoroso recupero del film-documento e di impegno politico. Elio Petri, con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e “La classe operaia va in paradiso"..., Francesco Rosi, con ''Il caso Mattei"..., Giuliano Montaldo con "Sacco e Vanzetti"..., hanno non solo realizzato film a livello della migliore cinematografia mondiale, ma hanno riproposto, fortemente aggiornati e sostenuti da un linguaggio adeguato, quello stile e quella tensione morale che sono stati il maggior titolo di merito del cinema italiano.

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