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sabato 26 novembre 2011

IL MISANTROPO (The Misanthrope) – Molière

     

Il misantropo (Le Misanthrope), è una commedia in cinque atti in versi di Molière, scritta e rappresentata la prima volta  il 4 giugno 1666 al Théâtre du Palais-Royal di Parigi.
  
IL MISANTROPO

Titolo originale - Le Misanthrope ou l'Atrabilaire amoureux
Lingua originale  - Francese

PERSONAGGI

ALCESTE - Il protagonista e "misantropo" del titolo. Egli è pronto a criticare i difetti di tutti intorno a lui, compreso se stesso. Egli non può fare a meno di amare Celimena.

CELIMENA - Una giovane donna una giovane donna un po' civetta ed amante della mondanità,
che viene corteggiata da Alceste, Oronte, Acaste e Clitandro.

FILINTO - Un uomo gentile che si preoccupa veramente per Alceste, e riconosce l'importanza
dellle opinioni  in un contesto sociale.

ACASTE - Un giovane marchese pomposo che crede di essere degno dell'amore di Celimena.

ORONTE - Un uomo apparentemente fiducioso che ama Celimena per qualche tempo.
La sua insicurezza si rivela quando non sa controbbattere alle critiche di Alceste.

ARSINOE - Una donna molto anziana che  è gelosa delle attenzioni che Alceste riversa su Celimena.

ELIANTA - Una donna che possiede un buon equilibrio tra conformità sociale ed espressione individuale.

BASCO -  Nobilotto profumato, azzimato e desideroso di conquistare l’amore della bella Celimena.

CLITANDRO - Un altro marchese che tenta di corteggiare Celimena e vincere il suo amore,
e gode di un ottimo rilievo sociale.

DUBOIS - Goffo servitore  di Alceste.

GUARDIA - Un messaggero dei Marescialli di Francia.


  
Nel salotto della bella Celimena, una deliziosa e frivola vedova che conosce mille e una astuzia per legare a sé gli uomini, due amici ragionano tra loro, mentre attendono l’arrivo della dama.
I due sono Alceste e Filinto, si stimano e sono legati da amicizia, ma non per questo hanno le stesse idee sul modo in cui deve comportarsi in società un gentiluomo. Filinto, indulgente e accomodante per natura, afferma che un briciolo di ipocrisia nei rapporti umani non guasta mai, anzi è proprio quel che ci vuole per stare in buona armonia con il prossimo: molte volte la verità è inopportuna e crudele.
Alceste non la pensa così: è un uomo rigido e intransigente fino agli estremi, non ammette assolutamente che si debba mentire per il quieto vivere nostro e degli altri. Se uno è mediocre, è giusto che sappia della propria mediocrità, se uno è un seccatore, occorre dirglielo ben chiaro anziché lasciarsi rintronare i timpani delle sue chiacchiere: solo in tal modo molta gente smetterebbe di comportarsi in maniera sciocca e inopportuna. Invano Filinto tenta di convincerlo che la sua sincerità rischia di procurargli solo guai: la verità nuda e cruda di solito non è ben accetta alla maggioranza degli uomini. Ma Alceste, piuttosto che mancare ai suoi principi, si dichiara pronto a romperla con il genere umano, a trasformarsi in un misantropo.
A questo punto l’amico Filinto non può fare a meno di fargli osservare che l’oggetto dei suoi sogni, Celimena, maldicente e civettuola com’è, è proprio l’opposto del suo ideale di perfezione. Ahimè! Filinto ha colpito nel segno, questa è la grande debolezza di Alceste: egli ama, suo malgrado, una creatura che è il compendio di tutti i difetti che egli biasima, e tuttavia non può sottrarsi al suo fascino. La ragione lo spingerebbe a disprezzarla o almeno a dimenticarla, ma come tutti sanno, (forse), non è la ragione che detta legge in amore.
Mentre i due amici parlano ecco arrivare un certo Oronte, classico esemplare di stolto vanitoso. Costui si rivolge ad Alceste per chiedere il suo parere su alcuni versi che ha composto: è tale la fama di integrità di Alceste che solo il suo giudizio può ritenersi obiettivo e sicuro. Invano Alceste tenta di schermirsi: Oronte è impaziente di declamare il proprio sonetto, sicuro, nella sua presunzione, di ottenere gli elogi del rigido Misantropo.
Terminata la lettura degli orribili versi, Filinto si affretta a proclamarli un capolavoro degno dell’immortalità; Oronte gongola, ma Alceste non riesce a trattenersi, naturalmente, e spiattella la verità: i versi sono pietosi, roba da mettere in fondo ad un cassetto e lasciare lì sepolta.
Oronte si offende, si sente un genio incompreso, ribatte con stizza, ma Alceste rimane duro come una roccia(“andate a cercare incensamenti altrove”) e invano Filinto cerca di rappacificare gli animi; Oronte se ne va, ma la disputa non finirà lì.
Compare Celimena, e Alceste, spaventosa,mente coerente alle sue idee anche a costo di disgustare la donna che ama, la aggredisce subito in nome della verità…
“Signora, mi permette di parlarle con franchezza? Non sono affatto contento della vostra condotta; mi spinge alla esasperazione, e sento che dovremo venire a una rottura…”
Celimena ha troppi corteggiatori e Alceste non lo può sopportare: una volta per tutte essa deve decidersi e smetterla di volteggiare da uno spasimante all’altro. Mentre i due “battibeccano”, ecco sopraggiungere Basco e Clitandro, due nobilotti profumati, azzimati e desiderosi di conquistare l’amore della bella Celimena. Al gruppo si uniscono anche Filinto e Elianta, cugina di Celimena. A questo punto la conversazione diventa generale, si scivola nel frivolo, e Celimena, con la leggerezza crudele della bella donna viziata, fa un ritratto spietatamente vero di alcuni suoi amici assenti. La satira è gustosa e i presenti ridono e applaudono Celimena. Solo Alceste esplode indignato…
“Avanti, forza, continuate!… Voi non risparmiate nessuno, e, a uno ad uno, tocca a tutti. E tuttavia non c’è nessuno di loro che si faccia avanti senza che si veda corrergli incontro, stringergli la mano e confermare con baci e abbracci il vostro ossequio.”.
Gli altri ribattono, prendendo le difese di Celimena, la discussione sta per farsi aspra, quando giunge un messo del tribunale: Alceste è atteso davanti ai magistrati per appianare il suo incidente con Oronte. Alceste va, ben deciso, s’intende, a non cedere minimamente…
”A meno che non mi venga un ordine diretto di sua maestà di trovare buoni questi versi, che danno tanto da fare, io sosterrò sempre, perbacco, che sono indegni e che chi li ha fatti merita la forca!”
Poco dopo, Celimena riceve la visita della signora Arsinoe, il prototipo della “buona amica”. L’esordio è al miele: per l’amicizia che porta alla cara Celimena, Arsinoe ha ritenuto suo dovere informarla che presso persone di “grande virtù” la sua condotta, le sue galanterie hanno la disgrazia di non essere lodate. Naturalmente ella si è subito schierata dalla parte dell’amica, ha fatto quello che ha potuto per difenderla, ma… Celimena ascolta con aria compresa e compunta, poi risponde: è profondamente obbligata per l’avvertimento, e vuole subito ricambiare il favore dando a sua volta un consiglio all’amica…
“L’altro giorno ero in visita da persone di grandissimo merito, le quali… fecero cadere il discorso su di voi. Ebbene, i vostri modi, la vostra austerità ostentata, i vostri sfoggi di zelo non furono precisamente citati come modello; codesta affettazione di gravità, i vostri eterni discorsi di saggezza e di virtù, le vostre smorfiette, i vostri gridarelli a ciò che può apparire indecente nell’innocenza di una parola un po’ ambigua, l’ala stima in cui vi tenete, le occhiate di compatimento che distribuite in giro, la vostra smania di dar lezioni, le vostre acide censure su cose pure e innocenti, tutto questo, insomma, e devo parlar francamente, fu biasimato all’unanimità, signora…”
Arsinoe è troppo falsamente per bene per indignarsi apertamente: si finge dolorosamente stupita per queste parole, ma già nella sua mente medita furiosamente la vendetta.
La possibilità di vendicarsi le si presenta poco dopo, quando rientra Alceste e Celimena esce, lasciandola sola con l’uomo. Arsinoe cerca subito di conquistarsi la simpatia di Alceste, incensando abbondantemente le sue virtù e il suo valore; ma presto comprende di aver scelto la strada sbagliata, perché Alceste risponde brusco, mostrando chiaramente che gli elogi lo infastidiscono. Pronta e abile “virata” di Arsinoe…
“Ebbene, lasciamo, se lo desiderate, questo argomento… ma il mio cuore deve compiangervi per il vostro amore; e, per dirvi tutto il mio pensiero, sarei proprio felice se il vostro ardore fosse meglio riposto. Voi meritate una sorte molto più dolce, e colei che vi ha affascinato è indegna di voi.”.
Che intendete dire? Chiede Alceste: si rende conto che sta parlando di una sua amica?
Certo, risponde l’altra, ma la sua coscienza non le permette di assistere in silenzio al tradimento da parte di Celimena dell’amore di Alceste; se egli la accompagnerà a casa, gli mostrerà una prova dell’infedeltà di Celimena ed eventualmente gli offrirà il modo di consolarsi. Alceste, dubbioso, va, e Arsinoe gli mette la mano una lettera scritta da Celimena a Oronte, il bellimbusto autore di ignobili versi.
La lettera è solo amichevole, ma per Alceste il colpo è atroce; corre stravolto dalla saggia Elianta per sfogare il proprio dolore, e, nell’impeto dello sdegno, offre ilo suo amore alla fanciulla.
Elianta però ha molti buoni motivi per rifiutare: innanzitutto ama Filinto; poi comprende che Alceste le si è dichiarato solo per vendicarsi di Celimena; e infine, saggia e chiaroveggente com’è, prevede che la collera di Alceste sbollirà presto ed egli tornerà ad amare Celimena. Giusto in quel momento (nelle commedie del ‘600 non si badava molto a qualche incongruenza) arrivava Celimena, tranquilla e serena.
Alceste l’aggredisce sventolandole davanti al viso la lettera; grida, smania, l’invita a discolparsi.
Celimena, impassibile, non pensa nemmeno a difendersi: sì, ha scritto lei quel biglietto a Oronte, perché Oronte le è simpatico. Non c’è altro, e infatti nel biglietto non si parla d’amore. E d’altra parte, che autorità ha su di lei Alceste per osare di aggredirla, rimproverarla, insulta? Lei, fino a prova contraria, è liberissima di fare quello che vuole e, se il suo cuore avesse qualche altra inclinazione, perché non dovrebbe dirglielo sinceramente? E’ chiaro che la gelosia rende pazzo Alceste. Egli meriterebbe che veramente lei gli desse motivo di lamentarsi e di indignarsi.
A questo punto, piccolo colpo di scena: irrompe in scena Dubois, il servitore di Alceste, e comunica al padrone che deve andarsene in tutta fretta dalla città; un tizio, con il quale da tempo era in lite, ha vinto con l’imbroglio la causa ed è riuscito a far spiccare contro di lui un mandato di arresto.
Alceste è veramente avvilito, disgustato del mondo intero. Potrebbe ricorrere contro la condanna con buone probabilità di spuntarla, ma decide di non farlo. La nausea e l’amarezza soffocano in lui il desiderio di vincere, di combattere l’ingiustizia. Se ne andrà lontano dal mondo, per vivere in solitudine. Prima però deve sapere se Celimena è disposta a seguirlo nel suo esilio, senza rimpianti. Celimena si è pentita di averlo fatto soffrire, riconosce di essere stata civetta e crudele e decide di sposarlo. Ma quando Alceste le chiede di seguirlo lontano dal mondo, la giovane donna rifiuta…
“Io rinunciare alla società nel fiore degli anni e andarmi a seppellire nella vostra solitudine?… La solitudine sgomenta n’anima di vent’anni: io non sento la mia abbastanza magnanima e forte per risolvermi a una decisione come questa…”.
Alceste è rimasto solo: rinuncia definitivamente alla mano di Celimena e va a cercare nel mondo un angolo appartato dove possa avere piena libertà di essere un uomo d’onore.
  


  
UNA SCENA

FILINTO - Ma quando si è in società bisogna pur piegarsi a queste cortesi esteriorità richieste dall’uso.

ALCESTE – No, vi dico! Bisognerebbe punire senza pietà questo vergognoso commercio di amicizie apparenti. Io pretendo di avere a che fare con uomini, voglio che in ogni rapporto la realtà del cuore appaia nel suono delle parole: è il cuore che deve parlare, e i nostri sentimenti non devono mascherarsi sotto la vanità delle cerimonie.

FILINTO – Ma vi sono circostanze in cui una completa sincerità diverrebbe ridicola e non sarebbe permessa; e qualche volta, con buona pace della vostra austerità, è bene nascondere quello che si ha nel cuore. Credete che sarebbe opportuno e civile dire a tutti quel che si pensa di loro? Se c’è qualcuno che non possiamo soffrire o che ci dà ai nervi, dobbiamo spiattellarglielo in faccia così com’è?

ALCESTE – Perfettamente.

FILINTO – Ma come? Andreste a dire alla vecchia Emilia che alla sua età non sta bene fa la vezzosa e che tutto quel liscio che si mette in faccia dà veramente scandalo?

ALCESTE – Certo.

FILINTO – E a Dolirante che è un terribile seccatore e che in tutta la Corte non vi è un solo timpano che non abbia rotto a forza di raccontare le sue prodezze e di magnificare il fulgore della sua stirpe?

ALCESTE – Proprio così.

FILINTO – Scherzate.

ALCESTE – Non scherzo affatto, su questo terreno non ho intenzioni di fare grazia ad alcuno. Troppo offesi sono gli occhi miei: la Corte, la città intera non mi offrono che spettacoli tali da farmi montare la bile, e davvero mi sento prendere dal più tetro e profondo malumore, quando vedo gli uomini comportarsi fra di loro così come fanno. Dappertutto non scorgo che bassa adulazione, ingiustizia, interesse, tradimento, furberia; non ce la faccio più, divento rabbioso; ho deciso di romperla con tutto il genere umano.
  

COMMENTO

Questo dialogo fra Filinto e Alceste, all’inizio del primo atto, è la sintesi della commedia stessa: il Misantropo dichiara il proprio odio per ogni sorta di ipocrisia, anche a costo di essere brutale, e lo stile stesso del dialogo rispecchia questa sua intransigenza. Alle domande elaborate di Filinto, Alceste risponde con frasi secche, scarne, addirittura con una o due parole…- “Perfettamente”…, “Certo”…, “Proprio così”.
Non furono pochi, anche fra i contemporanei di Molière, coloro che lo accusarono di scrivere male, con errori grossolani e con frasi che mal si reggevano grammaticalmente. Ma le ragioni del linguaggio di Molière sono altre: egli proveniva dalla commedia dell’arte, ossia a quella forma di composizione teatrale che affidava all’estro degli attori il sapore del dialogo. Per questo Molière fa parlare ai suoi personaggi il linguaggio a essi più naturale: così il popolano commette sbagli di grammatica, il letterato è forbito, il rigido Alceste è duro, tanto che le sue frasi paiono delle sferzate, mentre Filinto conduce la conversazione con la consumata disinvoltura che si conviene a un uomo di mondo.
Tutti poi hanno battute di un umorismo vivissimo, moderno, che stupiscono in un autore di tre secoli fa. Eccone alcune… “è un parlatore che ha l’arte di non dir nulla con grandi discorsi”…, “bisogna sloggiare senza suonar la tromba”…, “ha il permesso di essere pubblicamente una canaglia”…, “vi sussurra all’orecchio anche il buongiorno”.

Sin dal loro primo apparire sulle scene, le commedie di Molière piacquero al pubblico per la novità che rappresentavano. Eppure raramente egli inventava trame e soggetti originali: il più delle volte preferiva sfruttare il patrimonio di autori vissuti prima di lui, scartando solo le situazioni troppo macchinose. Nessuno però poteva accusarlo di copiare”, perché egli dava alle commedie l’impronta del suo stile particolare, del suo genio. In un’epoca abituata a dare grande importanza alle apparenze, Molière ebbe il coraggio di iniziare un nuovo genere di teatro, che descriveva senza veli i costumi del suo tempo. Spesso da giovane egli bighellonava tra la gente del popolo, per le strade, sempre pronto ad attaccare discorso e perfino a litigare: e queste esperienze di vita vissuta costituì poi l’immensa riserva della sua fantasia. I personaggi, presi di peso dalla vita di tutti i giorni, erano avari, sciocchi, ipocriti scaltri, misantropi, ma tutti avevano in comune un pregio: erano vivi, erano veri e, per di più, erano comici.
Il pubblico accettava la critica proprio perché si divertiva a essa e a poco a poco Molière educava i suoi spettatori al gusto comico. Egli voleva che la ente ridesse non tanto di un pover’uomo e dei suoi ditti, quanto delle disavventure, delle situazioni in cui un uomo può cacciarsi spontaneamente, fino a diventare tanto assurdo da suscitare il riso. Per questo l’opera di Molière è ancor oggi bella e valida: le sue commedie divertono, ma sanno anche far riflettere, per l’acuta indagine psicologica che le anima.


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2 commenti:

nino p. ha detto...

una recensione bellissima

Marianna S. ha detto...

grandioso...