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sabato 8 ottobre 2011

MAMMA ROMA - Pier Paolo Pasolini


MAMMA ROMA

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini

Collaborazione ai dialoghi: Sergio Citti

Fotografia: Tonino Delli Colli

Architetto: Flavio Mogherini

Coordinamento musicale: Carlo Rustichelli

Montaggio: Nino Baragli

Aiuto regia: Carlo di Carlo

Assistente alla regia: Gianfrancesco Salina

   


Interpreti e personaggi

Anna Magnani (Mamma Roma); Ettore Garafolo (Ettore); Franco Citti (Carmine); Silvana Corsini (Bruna); Luisa Orioli (Biancafiore); Paolo Volponi (il prete); Luciana Gonini (Zaccarino); Vittorio La Paglia (il signor Pellissier); Piero Morgìa (Piero); Leandro Santarelli (Begalo, il Roscia); Emanuele di Bari (Gennarino il Trovatore); Antonio Spoletini (un pompieretta); Nino Bionci (un pittoretta); Roberto Venzi (un avieretto); Nino Venzi (un cliente); Maria Bernardini (la sposa); Santino Citti (padre della sposa); Lamberto Maggiorani (un malato); Franco Ceccarelli (Carletto); Marcello Sorrentino (Tonino); Sandro Meschina (Pasquale); Franco Tova (Augusto); Pasquale Ferrarese (Lina la spezzino)
Prostitute: Elena Cameron, Maria Benati
Infermieri: Renato Montalbana, Enzo Fioravanti
Peripatetici: Loreto Ranalli, Mario Ferraguti
Papponi: Renato Capogna, Fulvio Orgitano, Renato Traiani
Coatti: Mario Cipriani, Paolo Provenzale
Malati: Umberto Conti, Sergio Profili, Gigione Urbinati

Produzione: Arco Film (Roma)
Produttore: Alfredo Bini
Pellicola: Ferrania P 30 Ferrania 14
Formato:35 mm., b/n 1:1.85
Macchine da presa: Arriflex, Mitchell
Sviluppo e stampa, effetti ottici: S. P. E. S.
Sonorizzazione: International Recording (Westrex Recording System)
Mixage: Renata Cadueri
Distribuzione: Cineriz
Riprese: aprile-giugno 1962, Teatri di posa Incir De Paolis, Roma
Esterni: Rama, Frascati, Guidonia, Subiaco
Durata: 105' (2888 m:)
Prima proiezione: XXIII mostra di Venezia, 31 agosto 1962

Premi
XXXI mostra di Venezia: Premio della F.I.C.C. (Federazione Italiana dei Circoli del Cinema).
   

   
PREMESSA 

L'attività cinematografica di Pasolini, confortata da un generico ma sostanziale apprezzamento di una parte della critica militante, prosegue con i ritmi febbrili consueti al regista. Mentre gira “Mamma Roma”, solo una manciata di mesi più tardi dell'uscita di “Accattone”, ha già in mente una “Orestiade” da girare in Africa (la sceneggiatura, pubblicata da Einaudi e mai effettivamente realizzata porta il titolo di “Il padre Selvaggio”), e sta lavorando intensamente alla sceneggiatura di “La ricotta”. La stessa idea di “Mamma Roma” è precedente, a detta di Pasolini, alla stesura di “Accattone” : trae spunto infatti da un episodio di cronaca, "la drammatica morte di Marcello Elisei, un giovane detenuto morto a Regina Coeli sul letto di contenzione", accaduto qualche anno prima.
“Mamma Roma” segna l'incontro di Pasolini con Anna Magnani, e più in generale con l'uso di attori professionisti affiancati ai "personaggi" pescati per la strada, nella realtà quotidiana: difficile alchimia che diventerà da allora in poi una costante del suo cinema. Per Pasolini si trattava, tra mille difficoltà, di confrontarsi con la fortissima personalità dell'attrice italiana che rappresentava la "romanità" cinematografica per eccellenza (sì pensi solo a “Roma città aperta” di Rossellini o a “Bellissima” di Visconti). Per la Magnani si trattava di un ritorno al cinema dopo due anni di pausa: ritorna propiziato anche dalla visione di “Accattone” a Venezia, dalla quale l'attrice (sono parole sue) uscì letteralmente sconvolta.
Anche “Mamma Roma” è parte di quella "storia" con la "s" minuscola, la storia di chi "è nato nel fango", che era la struttura portante di “Accattone”; anche “Mamma Roma” è una tragedia degli inferi sociali, che si conclude con lo strazio dei protagonisti, nel quale si riflette la aprioristica condanna senza appello inflitta dalla società a coloro che portano la colpa della loro povertà. Ma a differenza di quanto accade nell'immobile, arcaico microcosmo di “Accattone”, in “Mamma Roma” troviamo un elemento dinamico, il miraggio del l'integrazione sociale, a fare da motore all'intera vicenda. Dolce e violenta tragedia d'amar materno, “Mamma Roma” è infatti prima di tutto la stigmatizzazione e la messa a nudo della falsità dell'idea di una possibile integrazione sociale delle classi subalterne, alimentata dall'ideale borghese della "promessa di una felicità ulteriore", processo mitizzante e fine a se stesso che si conclude con la trasformazione di questi moderni "umili" - nella mentalità, ma non di fatto - in confusi rappresentanti di un'ibrida, impaurita e incosciente classe infimo-borghese.
Insomma„ Pasolini con “Mamma Roma” tratteggia a chiare tinte quel "genocidio culturale" che nell'Italia di quegli anni era appena agli inizi, e da cui la classe sottoproletaria sarà in breve letteralmente spazzata via. Emblematiche, in questo senso, suonano le parole di rimprovero del sacerdote a cui ad un certo punto si rivolge la protagonista per ottenere una "raccomandazione" di lavoro per il figlio: “sul niente non si costruisce niente”.
Oltre che un retorico invito a darsi da fare e a prendere i “pezzi di carta" necessari all'ingresso a pieno titolo nella società„ queste parole esprimono il diffuso pensiero, nel suo fondo più che razzistico, secondo cui le classi subalterne, con i loro limiti culturali ed economici, non sono che un irredimibile niente, destinato ad una pessima fine qualora ambiscano ad un riscatto dalla propria condizione senza prima rinnegarsi, oltre che a parole, nei fatti.
  

     
TRAMA 

Siamo a Roma, all'inizio degli anni '60. Durante il grottesco banchetto di nozze (con tanto di porci e giullari alla Paolo Veronese) del suo giovane protettore Carmine (Franca Citti), la prostituta Roma Garofalo, detta Mamma Roma (Anna Magnani), proclama, in mezzo a stornelli di scherno sulla sorte della sposa, l'intenzione di tagliare presto i ponti con la prostituzione e di occuparsi unicamente dell'avvenire del figlioletto Ettore, avuto da un marito delinquente e scomparso di vista.
Passa qualche anno, in cui scopriamo che il povero figlio di puttana è vissuto a Guidonia a pensione, è rimasto analfabeta, e non ha imparato alcun mestiere, ed è ormai diventato un adolescente dalla costituzione gracilissima. Mamma Rama, messi da parte un po' di soldi, ha comperato una casa di nuova costruzione, lontana dallo squallore di Casal Bertone dove è sempre vissuta, e ha preso la licenza per un banco di frutta al mercato, con l'intenzione di dare inizio a una nuova vita insieme ad Ettore (Ettore Garafolo). L'unica ambizione di Roma è inserire suo figlio in quella che lei reputa la società "perbene", la piccola borghesia romana, inseguendo un sogno di rispettabilità che per lei, nata e vissuta nel fango e nell'umiliazione, è assolutamente irraggiungibile. Infatti, la sua illusione di incominciare una nuova vita è subito infranta dal "destino", personificato nella figura di Carmine (sempre accompagnato dalle note del concerto in do minore di Vivaldi): per esaudire una sua ricattatoria richiesta di denaro, Roma dovrà rimandare il trasloco con Ettore e battere il marciapiede di sera ancora per qualche tempo. Così, sul leitmotiv della canzonetta “Violino tzigano”, cantata da una raccapricciante voce infantile, ha inizia la "nuova vita" del perplesso e dinoccolato Ettore e di Mamma Roma nel quartiere-condominio dell'INA-case, nei pressi di Cinecittà.
Di li a poco la vita di Ettore riprende gli stessi ritmi e le stesse abitudini del paese: incontra un gruppo di ragazzi e comincia a frequentarli, con il plauso di Mamma Roma che spera che questi siano figli di buona famiglia. Ma l'ambiente di Cecafumo (questo il nome della località) è in realtà lo stesso di Casal Bertone, e quei ragazzi sano semplici perdigiorno che si riuniscono in bande simili a quelle che Ettore ha lasciato a Guidonia. Attraverso i suoi nuovi amici Ettore conosce una ragazza, Bruna, ventiquattrenne, che ha un figlio di due anni e che è un fragile impasto di ingenuità e malizia, ma soprattutto è lo spasso sessuale di tutti i ragazzi del quartiere. Ettore, dopo essere stato iniziato da Bruna alla sessualità, in qualche modo se ne innamora, e comincia a vendere gli oggetti di casa (tra cui anche il disco di “Violino tzigano”) per poterle fare dei regali. Mamma Roma intanto si rivolge ad un sacerdote per cercare di far avere a Ettore un posto di cameriere in una trattoria di un "devoto" frequentatore della parrocchia. Il sacerdote (interpretato dallo scrittore Paolo Volponi) delude le aspettative di Roma, e, dopo una predica "moderna", che in sintesi è una fredda disamina dell'irresolubilità della miseria, le promette tutt'al più un pasto di manovale: posto che Roma, sdegnosamente, rifiuta. La storia d'amore tra Ettore e Bruna, osteggiata da Mamma Roma, nel frattempo finisce male: Ettore è picchiato dai suoi compagni nel sole dell'arida campagna romana zeppa di ruderi, perché vorrebbe tenersi Bruna "tutta per sè". Bruna assiste a quell'umiliazione e al pestaggio inerme, e dopo una ribellione poco convinta, saluta Ettore e va via inseme a quei ragazzi, presumibilmente a fare l'amore. Roma decide di avere ad ogni costo il posto di cameriere per Ettore e per farlo organizza un ricatto al padrone della trattoria. Si accorda con la prostituta Biancofiore, e con il suo protettore Zaccaria, che finge di esserne un violento fratello: Roma e Zaccaria dovranno cogliere in flagrante consumazione l'uomo e Biancofiore, in modo da poterlo ricattare per estorcergli il posto da cameriere per Ettore.
A bordo di una motocicletta nuova di zecca che Mamma Roma gli ha comperato, Ettore comincia a lavorare nella trattoria trasteverina di quel malcapitato. Ma ancora una volta Carmine torna da Roma a chiedere denaro, e la costringe a prostituirsi minacciandola di raccontare ad Ettore ciò che è stata. Disperata, Mamma Roma torna in strada, stavolta assalita dall'angoscia e vinta dalla disperazione, dal senso di condanna della propria vita. Così, Ettore viene a sapere da Bruna che Roma batte la strada, e il suo dissimulato amore (la sua frase ricorrente è “He che mme frega a me de mi madre”), si trasforma in un rabbioso senso di rancore. Dopo aver picchiato Bruna, Ettore si licenzia dalla trattoria, e comincia a commettere furtarelli assieme alla "banda" degli amici, rifiutando i soldi che sua madre tenta disperatamente di dargli. Ettore, cagionevole di salute, è preso dalla febbre alta, ma per spavalderia di fronte agli amici e con una rabbia ormai rimasta il suo unico sentimento, decide comunque di effettuare un furto in un ospedale (il Sant'Eugenio). Ma i suoi movimenti sono, lenti, e il malato derubato (Lamberto Maggiorani di “Ladri di biciclette”) lo scopre e lo denuncia. Ettore viene portato in carcere, e mentre è in cella, delira dalla febbre. Ad un tratto viene preso dal panico, è colto da una crisi di nervi e cerca di uscire, con l'unico risultato di essere legato, al reparto neurologico del carcere, ad un letto di contenzione. Mentre Mamma Roma a casa si dispera, Ettore muore senza cure legato al suo lettuccio. Quando due poliziotti in borghese le annunciano, al mercato, che Ettore è morto, Mamma Roma-Anna Magnani, con una corsa che ricorda una celebre sequenza di Roma città aperta, corre verso casa e cerca di suicidarsi lanciandosi dalla finestra. Viene salvata dagli altri "mercatari", e lasciata alla sua terrena disperazione, con lo sguardo perso in una Roma lontana e assassina che le fa da controcampo.
  

   
COMMENTO  

Ettore, il giovane protagonista del film, è un inconsapevole e innocente Cristo profano, che porta su di sè le stigmate del peccato originale materno. Il suo miserabile Calvario sono gli "stradoni" della "nuova" periferia romana, così simile nel paesaggio al paesello "burino" da cui è stato strappato a forza da sua madre per essere trapiantato in quell'ambiente estraneo e ostile. Mamma Roma, con l'ostinazione involontariamente egoistica del suo cieco amore materno, distrugge di fatto la vita di suo figlio facendo deflagrare velocemente ciò che nel meccanismo borghese dell'integrazione sociale è una combustione lenta, che porta alla perdita graduale della propria identità di origine per acquisire un'omologante maschera di rispettabilità. L'ingenuo tentativo di rivalsa è fin dall'inizio miseramente destinato a fallire, perché Roma non possiede una vera e propria coscienza di sè, ma solo del proprio dolore, cosa che la conduce con violenza a perseguire per tutta la vita l'ideale di un riscatto quale che sia dalla propria condizione con un vuoto furore individualistico, fondato su di un sotterraneo, sottile disprezzo nei confronti della propria vita e del proprio ambiente. Insomma, Mamma Roma disprezza se stessa e le sue scelte senza essere in grado di assumersi la responsabilità del cambiamento, perché non sa né vuole mettere a fuoco il vero responsabile della sua vita infame, l'indifferenza razzista di quella gente "perbene" a cui, per elezione, vorrebbe invece appartenere. È questa incoscienza "politica" che la porta a pensare che la semplice ostinazione della volontà sia sufficiente ad affrancare suo figlio dalla schiavitù verso i furbeschi principi della vita offesa: ma Ettore è e resta un povero spiantato perché è vissuto per tutta la vita solo "come 'n poro passeretto", e il cambiamento che sua madre desidera così ardentemente, Ettore dovrebbe affrontarlo, ancora una volta, completamente da solo.
La mira di Mamma Roma, in fondo, non ha nessun valore etico: essa non cerca il giusto riscatto alla propria sofferenza, ma soltanto, secondo i canoni abbracciati e già stravolti del pensiero piccolo borghese, di fare "invidiare da tutti i pezzenti" Ettore; il suo irrefrenabile affetto per il figlio è frammisto ad un terrorizzato disprezzo per i propri simili, e a maggior ragione per i "comunisti", visti come gli apostoli di un regno di "morti de fame", dal quale lei, cattolica perché non vuole essere diversa dagli altri, oltre che per un primordiale sentimento di horror vacui, e infinitamente stanca della sua miseria, cerca in tutti i modi di sfuggire. La ragione dell'astio per la debolezza dei propri simili è dunque evidentemente il frutto dello sforzo disperato di non sentirsi parte della casta dei reietti. Ma l'individualismo spietato, come si è già detto per Accattone, è la vera piaga del sottoproletariato, e la stessa crudeltà che Mamma Roma dimostra per i suoi simili è in realtà da questi usata con altrettanta veemenza nei suoi confronti: Carmine, ad esempio, obbligandola con la forza a riprendere "la vita", risponde al suo rifiuto:
“E che hai battuto quarche vorta pe 'mme? Si hai battuto è perché te piaceva. A pezza da piedi ...”.
La solitudine, ancora una volta, è il sentimento dominante di tutti questi più o meno complessi personaggi, costretti ad usare la mortificazione altrui come unica arma per prendere le distanze dalla propria disperazione e sopravvivere. Così Mamma Roma, nell'ultima, lunghissima carrellata notturna, costretta a battere di nuovo dopo la "svolta" della sua vita, sente su di sè la maledizione del proprio stato, e allora, per un momento, rischia di prendere coscienza, attraverso un lungo monologo in cui gli interlocutori cambiano incessantemente come sindoni appena abbozzate nel buio della strada: “sì, ma er male che fai è come na' strada, rido' ce cammìneno pure l'artri, quelli che nun c'hanno colpa”.
Ma poi, recuperando il suo sentimento di impotenza, si rivolge a Dio: “de chi è la colpa? Spieghemelo te, perché io non so nissuno, e tu sei er re dei re”, accompagnata dalle battutacce dei clienti che aspettano le sue prestazioni.
Anche in Mamma Roma la commistione tra tragedia e ironia è fondamentale, anche se il contrasto tra le due non è acuito ma smussato dal loro frequente coesistere nelle stesse scene. L'allegra atarassia di Accattone e dei suoi amici, che derivava dal non porsi il problema della sofferenza, dal non pensare alla propria angoscia, era molto più sorprendentemente protestataria nei confronti della propria abietta condizione che non l'ansia e l'inquietudine di Mamma Roma.
Tra le ultime scene del film, a simbolizzare la discesa agli inferi del povero Ettore febbricitante in una grande cella, vi è la voce infantile del vecchio carcerato che recita davanti ai suoi compagni meccanicamente a memoria, e di certo senza averlo compreso, il quarto canto della “Divina Commedia”. L'effetto è al tempo stesso quello di un sublime contrasto tra la bellezza eterna dell'arte e la bruttezza della vita, ma anche l'esempio di come la vita offesa possa beneficiare dei "doni" della cultura borghese: staticamente, senza capirvi nulla.

Molto spesso la critica ha adottato criteri meramente iconologici per giudicare il gusto dell'immagine di Pasolini in “Mamma Roma”, parlando di di prospettive "masaccesche" o "mantegnesche" nella raffigurazione della passione di Ettore; ma il confronto con la pittura è piuttosto improprio, basandosi in realtà sull'effetto suscitato dalla più che cinematografica soluzione estetica della trasformazione del letto di contenzione in una vera e propria scena di crocifissione, attraverso un reiterato movimento di macchina che parte dal volto del ragazzo e termina ai suoi piedi. La fotografia è, se possibile, ancora più luminosa che in “Accattone”, l'uso di campi e controcampi, come di tutti i tagli di scena, si fa più fluido, forse a scapito della irresistibile rozzezza espressiva delle immagini del primo film.
“Mamma Roma” fu presentato al Festival di Venezia nell'agosto 1962, e fin dall'inizio fu accolto da una nuova, spudorata campagna denigratoria dei giornali e dei cinegiornali dell'epoca. Alla fine della proiezione, il regista venne investito dai fischi e dalle proteste del pubblico. All'ufficio Stampa della Biennale, nei giorni successivi, giunsero numerosissime lettere anonime di insulti indirizzate a Pasolini, mentre i muri della città si riempivano di manifesti denigratori firmati dai movimenti giovanili fascisti. Il film comportò inoltre a Pasolini una nuova denuncia, da parte di un colonnello dei carabinieri, poi giudicata infondata dalla magistratura, con l'accusa di "offesa al comune senso del pudore". E il copione del pestaggio da parte dei neofascisti fuori del cinema Quattro Fontane, dove avvenne la "prima" romana di “Mamma Roma”, si ripeté in maniera pressoché identica. Per contro, Pasolini si accingeva a girare un nuovo film, il cui protagonista era ancora una volta un povero pezzente sottoproletario, dall'emblematico nome di Stracci.
  
   
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