9474652420519448 01688101952603718437

giovedì 1 settembre 2011

SATYRICON - Federico Fellini

SATYRICON
Regia - Federico Fellini
SOGGETTO - Federico Fellini, Bernardino Zapponi (basato sul Satyricon di Petronio Arbitro)
Genere - Drammatico, fantastico, grottesco, sentimentale
Sceneggiatura - Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Produttore - Alberto Grimaldi
Fotografia - Giuseppe Rotunno
Montaggio - Ruggero Mastroianni
Musiche - Nino Rota, Ilhan Mimaroglu, Tod Dockstader, Andrew Rudin
Scenografia - Danilo Donati, Luigi Scaccianoce
Costumi - Danilo Donati
Trucco - Rino Carboni, Luciano Vito
Anno 1969
Durata 129 minuti







INTERPRETI E PERSONAGGI

Martin Potter: Encolpio
Hiram Keller: Ascilto
Max Born: Gitone
Salvo Randone: Eumolpo
Mario Romagnoli (accreditato come Il Moro): Trimalcione
Magali Noël: Fortunata
Capucine: Trifena
Alain Cuny: Lica
Fanfulla: Vernacchio
Danica La Loggia: Scintilla
Giuseppe Sanvitale: Abinna
Genius: liberto arricchito
Lucia Bosè: la matrona suicida
Joseph Wheeler: il suicida
Hylette Adolphe: la schiavetta
Tanya Lopert: l'imperatore
Gordon Mitchell: il predone
George Eastman (accreditato come Luigi Montefiori): Minotauro
Marcella Di Folco (accreditata come Marcello Di Falco): proconsole
Elisa Mainardi: Marianna
Donyale Luna: Enotea
Carlo Giordana: il capitano della nave
Pasquale Baldassarre: l'ermafrodita
Lina Alberti: l'idolo d'oro - parte tagliata al montaggio
Clara Colosimo:
Alvaro Vitali: è Giulio Cesare nella rappresentazione di Vernacchio



Fellini Satyricon - Storia della Matrona di Efeso

   
TRAMA

Due giovani romani, Ascilto ed Encolpio, sono innamorati di Gitone, efebo incostante, che è stato venduto all'attore Vernacchio. Encolpio riesce a riprendere l'amato e si rifugia con lui in un palazzo abitato da viziosi. Ascilto li raggiunge e Gitone dichiara di preferirlo ad Encolpio, che si dispera e vuole suicidarsi. Un terremoto distrugge il palazzo. Condotto dal poeta Eumolpo, Encolpio va in casa di Trimalcione, liberto arricchito, dove è in corso una festa gaudiosa e volgare., Gli ospiti sono invitati da Trimalcione a vedere la tomba che si è fatto preparare. Il pranzo è pieno di sorprese: dai cibi, alle esibizioni di poeti e di danzatrici, mentre l'anfitrione esaltato racconta la propria storia, declama poeti, ha capricci d'ogni genere.
Encolpio si allontana per le strade di Roma, dove l'azione è prevalentemente situata, mentre il romanzo di Petronio Arbitro al quale il film si è ispirato si svolge prevalentemente in alcune città della Magna Grecia. Preso in una retata, Encolpio si ritrova sulla nave del bieco Lica di Taranto, “proconsole del vizio”, che batte i mari per procurare turpi divertimenti da offrire all'Imperatore. Sulla nave incontra di nuovo Gitone e Ascilto. Gitone è costretto ad accoppiarsi con una bambina. Encolpio sfidato in duello da Lica, e sconfitto> viene nondimeno da questo fatto suo sposo. Ma Lica viene decapitato dai soldati ribelli che uccidono anche l'Imperatore. Altri episodi, quasi frammento dietro frammento, si susseguono. Encolpio e Ascilto finiscono in una villa dove fanno violenza a una giova­ne schiava. Placano poi le frenesie di una ninfomane e rapiscono in un tempio un ermafrodita dalle capacità divinatorie. Infine Encolpio è costretto a combattere nel labirinto col Minotauro> presenti Ascilto ed Eumolpo. È sconfitto e deve provare la sua virilità con Arianna, ma invano; resta impotente nonostante che Eumolpo li faccia curare dalle fanciulle del Giardino delle Delizie. Soltanto la maga Enotea lo guarisce. Muore Ascilto ed Encolpio> infelice, si imbarca sulla nave di Eumolpo, che è morto lasciando eredi coloro che mangeranno il suo cadavere. Encolpio rinuncia al macabro banchetto, ma parte ugualmente sulla nave diretta in Africa.


COMMENTO

L'apparato scenografico nel quale è collocato il film è sontuoso e assume nell'opera un ruolo di primaria importanza. Lo hanno realizzato Danilo Donati e Luigi Scaccianoce, ma sono fondamentali i suggerimenti che il regista ha loro arrecato. E infatti il teatro nella palude fumosa, la babelica Insula Felicles che poi crollerà, la Roma surreale e la città africana, la Pinacoteca e il Giardino delle Delizie, l'arena dove Encolpio combatterà col falso Minotauro, e la nave di Lica, le macchine avveniristiche, i volti da affresco pompeiano, scrostato, degli attori, che si atteggiano a statue in movimento, costituiscono una serie di trovate visive che diventano tessuto stesso della storia narrata. All'inizio, la suburra e le bolge dell'Insula quasi identificano con l'Inferno della Commedia l'epoca romana della decadenza. Nella rappresentazione teatrale, guitti come Vernacchio «del cul fanno trombetta» come i diavoli danteschi. Nel banchetto si rutta, si vomita, si raccolgono frattaglie con le mani, tra gente orrenda, vera parata di mostri,
sulla quale incombe la morte, etère oscene, grassi orripilanti. Le immagini sono rossastre per esprimere il rogo in cui brucia una Roma ghermita in sogno, re-inventata, nel suo tramonto imperiale abbagliato e sanguinante.
Non è la romanità dei film alla De Mille, che spariscono, al confronto, come celluloide in combustione, ma quella che scaturisce, insieme, da una lettura trasparente, e quasi "drogata", del Satyricon di Petronio, e dalla fantasiosa magìa felliniana, che non ha del tutto abbandonato né “Giulietta degli spiriti” né i “Tre passi nel delirio”. Il rapporto che si stabilisce tra Roma e Fellini è tutto personale, psicanalizzabile, e non certo archeologico, storico. Le bolge di questo "visivo" istintivo, ancor più sollecitato da un colore pompeiano, hanno la stessa giustificazione poetica delle vestigia e carceri del Piranesi.
La folla dei personaggi evocati ci fa assistere a una sorta di parata da circo, che a Fellini non può non essere congeniale. Ma da circo degli orrori, questa volta, dove l'autore diventa un Barnum di mostri. Abbondano nani, "Teresine" da fiera, storpi, vecchie nefande, in una giostra di cose terribili e oscene, in un serto olimpico di tutte le empietà, applaudite sempre da una folla testimone, come nei rituali circenses.
La partecipazione al sabbah frenetico, che ha uno dei suoi culmini, ma non è il solo, nella cena di Trimalcione, avviene attraverso due giovani che potrebbero essere clerici vagantes di oggi e di ieri, se il mondo romano artefatto che Fellini evoca non aspirasse a precedere, ad annunciare, la cristianità. I due "studenti" passano tra le orge sconce, tra le prove inenarrabili, conservando una sorta di purezza. Ascilto è sdegnato che il suo amato Gitone lo tradisca con Encolpio. C'è uno "straniamento" nella loro difesa di purezza, e lo possiamo vedere anche nell'amore per Gitone, che è, in un certo modo, il superamento o il rifiuto di ogni altra empietà. Ma questo affresco sbalorditivo di decadenza, questo rimestamento in un materiale purulento, magmatico, è preparato per la rinascita dell'uomo, per il recupero delle sue facoltà; adescato com'è in nome della ricchezza, del piacere e del potere, anche al cannibalismo, che viene accettato dai più insensati, dai più sordidi. Il tentativo, che i due studenti compieranno, di riacquistare la ingenuità, la purezza, in un mondo diverso, annunciato dall'orizzonte squillante, luminoso, è significativo: l'ingenuità e la vergogna, l'osceno e il crimine, sono assunti come fondo estremo per risalire alla luce, come infamia prima del riscatto.


VEDI ANCHE . . .


SATYRICON  –  Petronio Arbitro


____________________________________________________________________

Nessun commento: