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domenica 14 agosto 2011

GIULIETTA DEGLI SPIRITI (Juliet of the spirits) - Federico Fellini



Regia – Federico Fellini
Soggetto – Federico Fellini, Tullio Pinelli
Sceneggiatura – Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi
Fotografia (Technicolor) – Gianni Di Venanzo
Operatore – Pasquale De Santis
Musica – Nino Rota, diretta da Carlo Savina
Scenografie e costumi – Piero Ghepardi
Montaggio – Ruggero Mastroianni
Interpreti – Giulietta Masina (Giulietta Boldrini), Mario Pisu (Giorgio), Sandra Milo (Susy, Iris, Fanny), Valentina Cortese (Valentina), Caterina Boratto (madre di Giulietta), Lou Gilbert (nonno di Giulietta), Sylva Koscina (Sylva), Luisa della Noce (Adele), José de Villalonga (José), Valeska Gert (Bhishma), Silvana Jachino (Dolores), Fred Williams (principe arabo), Milena Vukotic (domestica e la Santa), Alberto Plebani (il detective del sogno), Mario Conocchia (l’avvocato), Felice Fulchignoni (dottor Raffaele), Guido Alberti, Mino Doro
Produttore – Angelo Rizzoli
Produzione – Federiz (Roma), Francoriz (Paris)
Durata – 129 minuti


TRAMA

Siamo a Fregene (Via Volosca) in una elegante abitazione circondata da pini e ville: è la casa della scultrice Giulietta – di interessi, oltre che artistici, metafisici e religiosi – frequentata da scrittrici salottiere, adulatori, e docili omosessuali. Per l’anniversario del suo matrimonio con Giorgio, che si occupa con successo di “pubbliche relazioni”, Giulietta organizza una festa, nel corso della quale sisvolge una seduta spiritica. Durante la serata si riaccende la crisi di identità che da tempo travaglia Giulietta, mentre comincia ad avere la certezza che il marito la tradisca. “Voci”, avvertimenti e apparizioni aggravano la sua crisi: non sa se seguire gli impulsi sensuali, cui la incita Susy, o restare fedele agli insegnamenti ricevuti, con esperienze traumatiche, nell’infanzia, nel collegio delle suore dove è stata educata, e donde le è rimasto vivo il ricordo della “santa della graticola”, in un’esortazione alla penitenza e alla rinuncia, alla mortificazione dei sensi. Ma Susy, che ha una villa trasformata in un paradiso del sesso, la esorta a liberarsi dei suoi freni inibitori. In una festa dell’amica libertina, Giulietta sta per cedere. Poi fugge terrorizzata: le immagini di una recita del collegio, in cui aveva il ruolo della Vergine martire, si mescolano ai fantasmi della lussuria. Lotta contro tutti i suoi incubi, aiutata anche da uno psichiatra, e riesce a vincere le proprie ossessioni, aiutata da quanto di sano, di vero e di vitale è in lei. Un gioviale Nonno, che già l’ha salvata dalla graticola durante lo spettacolo della Vergine martire, nel teatrino delle suore, cala dal cielo per liberarla dall’assedio dei fantasmi-mostri che l’hanno a lungo perseguitata. Ora finalmente ritrova, davanti al mare la sua serenità.





COMMENTO

Se l’arte è fondamentalmente una questione di scelta, di misura, di armonia, questo film di Federico Fellini mi pare ci sia più virtuosismo, provocazione o “pasticcio” che arte autentica. GIULIETTA DEGLI SPIRITI ha avuto la sua anteprima assoluta non già a Venezia come a suo tempo si sperava, o a Rimini come si favoleggiava, bensì a Roma davanti a trecento scrittori riuniti in occasione del convegno della loro “comunità europea”. E’ toccato al poeta sovietico Tvardovski rompere il ghiaccio, sciogliere la riserva e forse infrangere la consegna: comunque è lui che, el quadro di un discorso sulla vera avanguardia che si teneva in quei giorni, ha espresso sulla attesissima opera un’opinione press’a poco analoga a quella da me appena riferita. Ed è un’opinione, purtroppo, sostanzialmente esatta, anche se forse non ne condivido certe esemplificazioni e sfumature.
Naturalmente è sempre stata una caratteristica di Fellini, in particolare nelle sue opere precedenti a cominciare da LA DOLCE VITA, quella di avvincere e anche di frastornare lo spettatore con il gioco pirotecnico della sua fantasia suggestiva, spericolata e barocca. Ma in GIULIETTA DEGLI SPIRITI si verifica un fatto curioso, e cioè si scopre che la struttura del film, la linea del racconto sarebbero, in se stesse, ben più semplici e dirette che nell’affresco caleidoscopico della DOLCE VITA oppure nell’introspezione frastagliata (giudicata impervia dal pubblico normale) di OTTO E MEZZO. Dico di più: in GIULIETTA DEGLI SPIRITI l’autore presenta un tema, lo svolge e lo conduce a soluzione con una lucidità d’impianto superiore a quella delle opere precedenti. Anzi, se non fossimo in presenza di uno dei campioni dell’irrazionalismo contemporaneo e se l’aggettivo, applicato a Fellini, non suonasse veramente troppo inconsueto verrebbe voglia di asserire che il suo atteggiamento di fronte alla materia è, qui, ben altrimenti “razionale” del solito.
Infatti GIULIETTA DEGLI SPIRITI vuole essere un discorso, per certi aspetti quasi un pamphlet, sull’indipendenza della donna. Lo assicura lo stesso Fellini e non vi è, questa volta, motivo di dubitare delle sue parole…
“L’intento del film è di restituire alla donna una sua indipendenza vera, una sua indiscutibile e inalienabile dignità”.
Del resto Fellini si è sempre occupato del rapporto tra l’uomo e la donna, del problema della coppia, delle inibizioni e degli stridori dello stato matrimoniale. L’unione in atto, l’unione in prospettiva, o l’unione già disgregata come nell’enigmatico episodio di Steiner nella DOLCE VITA. E’ un tema su cui il regista si batte e ribatte, specie nei film interpretati da Giulietta Masina come LA STRADA e come LE NOTTI DI CABIRIA, in quanto proprio ilo confronto tra l’uno e l’altro sesso, condizionato o meno dal contratto matrimoniale, gli consente di portare il riflettore sui miti di estrazione cattolica e piccolo-borghese, che hanno sempre costituito i motivi dominanti della sua ispirazione.
Certo, molto cammino compiuto dall’autore divide oggi la Gelsomina de LA STRADA, sottoproletaria sensitiva e sacrificata (anche se riscattata poi da quel che Fellini chiama il “trasalimento di coscienza” del bruto Zampanò, folgorato dalla Grazia), da questa Giulietta borghese, sensitiva ancor come l’altra e anzi padrona di una propria dimensione magica, ma sistemata, colta e, nonostante il suo perdurante infantilismo, assunta nella cosidetta buona società Eppure prigioniera di quei miti, sui quali il regista della DOLCE VITA, di OTTO E MEZZO, e anche dell’episodio di aveva ben proiettato qualche luce.

Sono miti familiari, religiosi, sessuali, forze del bene e forze del male, complessi di frustrazione, la speranza di un principe azzurro, la paura di un’apocalisse (“gli invasori”), un’alternanza di candore infantile e di deviazioni erotiche, il bisognosi ricorrere a segni profetici o di immergersi in immagini antiche (come quella di un connetto gentile che fuggì con una ballerina, su una delle prime “macchine volanti”). Tutto ciò viene acutizzato e scatenato, in Giulietta, da un altro suo mito che è, per lei, il principale: quello del marito. Disprezzata, per la sua ineleganza, da madre e sorelle bellissime, incapace di legare con amici ed amiche appartenenti a un altro pianeta, donna senza figli, Giulietta vive, nel suo villino sereno, solo per colui che crede essere il suo uomo. E se le viene a mancare questa fiducia, questo unico punto d’appoggio, tutto minaccia di crollare.
Ora, di fronte a questo personaggio Fellini manifesta una posizione nuova: lo invita decisamente ad assumere consapevolezza e autocoscienza. Per lui la donna, la moglie, deve finalmente svezzarsi dai propri complessi di soggezione, districarsi entro la selva dei timori, dei sospetti, dei condizionamenti, far piazza pulita di essi e cercare solo in sé la propria salvezza, la vera serenità che solo l’indipendenza può dare.
Anche la signora molto borghese “arrivata”, proprio come la povera Gelsomina venduta e vagabonda, ha un marito che non la guarda e non l’ascolta, un uomo che lei ha adorato, mitizzato, e che non pensa minimamente a lei; è corretto e compìto, a differenza di Zampanò, ma la tradisce e si prepara a lasciarla. L’abbandono da parte di Giorgio è la cosa che essa teme di più, che le sconvolge i sentimenti e le provoca le allucinazioni. Ebbene, alla fine del film, quando essa rimane sola, ma tutti gli “spiriti” sono stati esorcizzati, Giulietta comincia a rivivere. Anzi, come dice Fellini, “la vera vita di Giulietta comincia quando esce dall’ombra di Giorgio”.
Si capirà dunque, a questo punto, perché l’impostazione tematica di GIULIETTA DEGLI SPIRITI mi sembra più razionale e avanzata rispetto a quella degli altri film. Non c’è nemmeno più il recupero dei miti che c’era alla fine di OTTO E MEZZO: al massimo c’è un buffetto di riconoscenza, in quanto spiriti buoni e spiriti cattivi sono egualmente serviti a Giulietta e alla sua liberazione. Senonché i miti, scacciati dalla porta, rientrano dalla finestra. Certo, nella danza conclusiva di OTTO E MEZZO il regista – che era anche, come personaggio, il protagonista del film – li “recuperava” letteralmente: in quella sorta di generico embrassons-nous, realtà e immaginazione, sogni e ricordi, virtù e vizi, presente e passato, allucinazioni e riflessioni, struttura e sovrastruttura tutto partecipava alla festa della vita, in quanto nulla poteva, secondo l’autore, esser negato e respinto dal suo crogiolo fantastico, al suo universo artistico. Però l’ambientazione assai autobiografica del film – il mondo del cinema – contribuiva a cementare i vari lati dell’esperienza soggettiva, a risolvere la crisi nel momento stesso in cui il regista sapeva raccogliere gli sparsi frammenti per farne un film.
Invece, in GIULIETTA DEGLI SPIRITI, gli “spiriti” hanno completa prevalenza su Giulietta, le allucinazioni sulla realtà. In altre parole, alla giustezza della tesi, alla sua maggiore “logica” in confronto agli slanci e ai tradimenti lirico-misticheggianti di un tempo, fa qui disgraziatamente riscontro una forma pletorica e ridondante, una forzatura e una gelidità dell’ispirazione. Il che conduce, nell’economia dell’opera, a un vero e proprio trionfo dei mostri sopra chi li vuole esorcizzare, a una rivincita, anzi a una vendetta dei miti contro la coscienza che intendeva respingerli.
Figurativamente, plasticamente, coloristicamente (dato che Fellini impiega il colore, questa volta), l’autore si trova ad essere irretito, diventa egli stesso schiavo e succube delle proprie immaginazioni. Non crea, come in OTTO E MEZZO, una dialettica tra la realtà e la favola, ma cancella la prima e lascia esplodere la seconda. Non riuscendo, evidentemente, a penetrare con l’onestà e la profondità che avrebbe voluto nel mondo di sensazioni della sua Giulietta, attribuisce a lei le sensazioni proprie, ossia carica il personaggio femminile della esasperata mitologia del Fellini più ossessionato, a poco a poco riducendo la “donna” a un simbolo evanescente e impreciso, quando non addirittura scostante, mentre disordinatamente e incessantemente fa grandeggiare i simboli mostruosi d’una “dolce vita” da salotto, ormai ridotta a un’emblematica puramente contemplativa e cupamente edonistica, svuotata di carica demistificatoria e satirica. Da ciò la prolissità dominante del film, che nemmeno la squisitezza di certe forme, o il fervore polemico di certi passaggi riescono purtroppo a scalfire.





CONCLUSIONE

Comunque sia, invece, la vittoria di Giulietta è tutta interiore, perché già in se stessa era la possibilità di vittoria; non nella meschinità, non nel qualunquismo femminile, ma nella semplicità. Al paesaggio artificioso dell’inizio, milleluci, intercambiabile come un paesaggio dell’anima, come lo stesso spirito di Giulietta, subentra, alla fine, un nuovo paesaggio, che poi non è diverso dal primo, come lo sono due diverse “prove di stampa” di un a stessa litografia: teneramente verde, limpido, georgico; quello della serenità riconquistata.


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7 commenti:

Laura ha detto...

Non cambi mai, le tue recensioni sono sempre eccezionali ^_^; buon Ferragosto ^______^

zloris ha detto...

Laura.. e vorresti cambiarmi tu?

Laura ha detto...

Mai e poi mai ;-) Buona notte Loris ^_^

zloris ha detto...

Laura... fai ancora infatuata delle pietre?

Laura ha detto...

Si si... purtroppo però ho finito lo spazio in cui metterle ^_^

zloris ha detto...

..ne hai appesa una al collo?.. ma non dai!.. non per affogarti.. orpo.... Laura.. che pietra indossi?

Laura ha detto...

Ah ah ah, no, adesso non ne sto portando, sono tutte al fresco sennò con questo caldo friggono ;-)